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Equilibrismo sì, estremismo no

La scena politica e sociale europea, e in particolare quella dei paesi più democratici, è in preda alla forte ondata compulsiva di quello che si potrebbe definire “il decennio del populismo”: caratterizzato da forti turbolenze sociali, da un generale e diffuso sentimento anti-establishment, dalla diffusione del politicamente “nuovo”, e dalla crescita esponenziale delle forze politiche “controcorrente”, le quali accusano il “vecchio” traendone vantaggio, in termini di consenso. Ma non solo, “il decennio del populismo” è anche quello dei movimenti di massa, della propaganda di massa, delle promesse irrealizzabili, o anche realizzabili ma con rischi alti e con coperture difficilmente individuabili, della strumentalizzazione e dell’attacco diretto, della politica social e dell’incanalamento del malcontento popolare. E proprio qui casca l’asino: il populismo per esistere ha bisogno che ci sia un diffuso sentimento di malcontento popolare, il quale non s’è di certo generato a causa dei movimenti populisti ma era già presente nell’inconscio della più ampia fetta della popolazione. E dunque i populisti non fanno altro che far affiorare dall’inconscio delle persone il diffuso malcontento nei confronti del vecchio establishment. A questo punto il ragionamento sorge spontaneo: se esiste il populismo non bisogna prendersela con coloro che vengono bollati come politici d’impostazione populista, ma con quelli che hanno provocato il diffuso malcontento, con politiche sbagliate e non al passo con la realtà, lontane dall’interesse della collettività, influenzate e contaminate da interessi politici e talvolta personali. Ma in generale è proprio l’atteggiamento politico che non ha suscitato più la fiducia della gente:  discontinuo, incostante, spesso ipocrita, e in alcuni casi insensato, indeciso, e carente di saldi ideali e di una agenda politica chiara che li rispecchi. A rincarare la dose è arrivato, poi, il tema di portata globale dell’immigrazione di massa, anch’esso strumentalizzato dalla demagogia populista, la quale se n’è avvalsa a fronte della mancanza di risposte concrete da parte dei precedenti governi.

Equilibrismo sì, estremismo no. Non è una sorpresa, la linea del governo giallo-verde è sempre stata chiara sul tema dell’immigrazione, netta e inflessibile. I cittadini attendevano risposte, a dispetto di un tema molto sentito in seno all’opinione pubblica, e le risposte finalmente le hanno avute. L’esigenza di porre un contrasto al plusimmigrazionismo di massa divenuto insostenibile, incontrollabile, causa di una generale sensazione di insicurezza e alla base di forti turbolenze sociali, era chiara ed evidente. Vi era in particolare l’esigenza, a dispetto dell’approccio esageratamente permissivo del precedente governo, di un approccio molto più equilibrato e assai meno permissivo, con maggiori regole e meno arrivi, ma soprattutto con il respingimento dei clandestini, come del resto funziona in tutti gli Stati civili. Ora, il pericolo è quello di spostarsi da un atteggiamento equilibrato ad un atteggiamento estremista, del zero immigrati, e di seguire l’esempio dell’Ungheria di Orban, il cui metodo ricorda momenti tristi del passato. E’ lecito e giusto respingere gli irregolari, revocare il diritto all’immigrazione di coloro che nel nostro Paese vengono per delinquere e non per altro, garantire in tal modo la sicurezza dei cittadini e flussi regolari e ristretti di immigrati. Ma è cosa brutta e ingiusta seguire l’esempio di Orban, perchè mai dovremmo revocare il diritto all’immigrazione di coloro che in Italia vengono per lavorare e per avere una condizione di vita migliore?

Di Federico Autunno

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