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La finta rivoluzione

 

Altro che rivoluzione. La scelta dei vertici Rai dà la netta impressione di essere tutto, tranne che una rivoluzione. Alla faccia dell’ormai tristemente famoso motto “fuori i partiti dalla Rai”, tanto caro un pò a tutti, ma poi sempre smentito al momento opportuno, in modo da divenire l’emblema del contraddittorio che, del resto, non può mancare in politica. Era tanto caro a Renzi, negli anni di spicco della sua carriera politica, ma venne, poi, straordinariamente e clamorosamente smentito, la maggioranza fece irruzione in malo modo negli uffici dei vertici Rai, e di forza diede il via a una serie di espulsioni di massa e rimpiazzi, in cui finirono molti volti noti, conduttori di programmi d’inchiesta e dibattito politico. Era tanto caro al M5s che, sebbene in maniera diversa e molto più fiacca rispetto alla precedente maggioranza, sta operando, tutto sommato, in continuità con il passato, o quantomeno non sembra intenzionato a voler sancire nuovi scenari che vadano nella direzione opposta,  ossia di un vero e proprio cambiamento. Ed era tanto caro alla Lega che, tuttavia, ci ha abituato alla sua sfrenata propaganda e demagogia: tanto fumo e niente arrosto, per cui non ci si meraviglia più di nulla. Tutta propaganda, solo propaganda. Ed ecco, alla fine vi sono caduti anche loro nella tentazione di mettere lì, in Rai, qualcuno che, non solo non desse fastidio, ma che fosse in sintonia con il pensiero politico del governo. E non è affatto illegittimo, per la maggioranza,   mettere ai vertici del servizio pubblico coloro che si ritengono adeguati, anzi è una cosa più che legittima, molto più legittima rispetto alle scelte fatte dalla precedente maggioranza in materia, ma certamente non è il segnale di cambiamento che molti si aspettavano. Del resto, chi gode di buona memoria ricorderà che, nella breve storia della Repubblica italiana, sono davvero rari, se non totalmente assenti, i casi in cui la scelta dei vertici Rai non sia stata dettata dagli interessi della maggioranza di governo di turno. Lo si faceva nella Prima Repubblica anche se con metodi meno schietti in modo da non dare troppo nell’occhio, e in maniera meno esuberante, lo si è fatto in abbondanza nella Seconda Repubblica con i vari governi Berlusconi, e, alla faccia dei proclami, lo si sta facendo nella Terza Repubblica. Nel frattempo l’opposizione, con buona dose di ipocrisia, protesta contro le scelte della maggioranza giallo-verde. Marcello Foa, designato dalla maggioranza come nuovo presidente Rai, non piace al Pd per via delle sue posizioni ritenute sovraniste, filo-Putin ed euroscettiche, e, forse, non si è capito, non piace neanche a Forza Italia che sta valutando se appoggiare, in termini di voti, l’alleato Salvini. Tuttavia, gli ultimi a poter protestare sono proprio loro che in passato hanno compiuto le stesse scelte, molto più abbondantemente rispetto all’attuale maggioranza. D’altronde, un semplice cittadino apprendendo delle proteste dell’opposizione nei confronti delle scelte del governo, dai giornali o dalla tv, penserebbe “senti chi parla!” Eh già, “senti chi parla”, è’ proprio la riforma della Rai, attuata dall’attuale minoranza nella scorsa legislatura, a conferire pieni poteri alla maggioranza di governo, per cui suonano veramente male le parole di protesta degli esponenti Dem. Ma, non sono accettabili neanche le parole del ministro Di Maio: la ” rivoluzione culturale” da lui citata sembra, piuttosto, un atto di continuità rispetto ad un passato da cui si tenta di separarsi, senza riuscirci.

Di Federico Autunno

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