La riforma rossa del governo giallo-verde

Il decreto dignità così come lo ha battezzato il neoministro del Lavoro e delle Politiche sociali Luigi Di Maio, somiglia tanto a una classica riforma di sinistra, e non è un caso se a sussurrarla al ministro pentastellato siano stati proprio esperti ed esponenti della sinistra più radicale: Piergiovanni Alleva, ordinario di Diritto del Lavoro all’Università di Bologna, ex Lotta Continua e poi candidato con Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, e il professore di Diritto del lavoro all’Università di Foggia, Marco Barbieri, ex assessore regionale della prima Giunta Vendola e dirigente di LeU. Non è un caso che il Giornale parli di “giglio rosso” grillino che sussurra le leggi a Di Maio, in modo sprezzante, come al solito quando si parla di sinistra vera,  manco fosse roba da nazifascisti. Non è un caso che B, già la critichi, definendola, durante un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, “il peggio della sinistra dirigista”, e ammettendo le sue preoccupazioni perchè  “contro le aziende”. Bisognerebbe spiegare al multimilionario tutto fare e “grande imprenditore” Berlusconi, che il provvedimento piuttosto che essere contro le aziende prevede di tutelare il diritto e le certezze lavorative di milioni di persone che oggi lavorano in condizione di precarietà, e che pertanto non vivono in condizioni dignitose non avendo la possibilità di far leva su di una posizione lavorativa stabile. Ma non c’è da stupirsi, è evidente che il “grande imprenditore” Berlusconi, quale si autodefinisce, si affanni a tutela del suo interesse e non possa comprendere dalla posizione privilegiata nel quale ha sempre vissuto, dinamiche e difficoltà occupazionali nel quale si ritrovano milioni di persone e soprattutto di giovani a cui è particolarmente difficile, nel mondo d’oggi, porre le basi per il proprio futuro. Le preoccupazioni di B, sono quelle della grande imprenditoria che aveva beneficiato dello smantellamento del corpus di tutele dei lavoratori, operato dai precedenti governi con provvedimenti come il Jobs Act, il superamento dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, l’aumento dei contratti a termine e l’eliminazione della causale. Con il pretesto di aumentare i livelli occupazionali che, effettivamente sono aumentati, ma soprattutto con i contratti a termine, il che ha aumentato il precariato, i precedenti governi (di sinistra) hanno dato mano libera alla classe imprenditoriale. Ora, che il nuovo governo prevede di restituire dignità a milioni di lavoratori precari, piovono critiche da tutte le parti. E’ vero, rimane ancora molto da fare soprattutto sulla questione di fondo: mantenere alti i livelli occupazionali e incrementarne la crescita. Ma il decreto dignità è ricco di buone intenzioni non solo per quanto riguarda la stretta al precariato, e gode di straordinaria attenzione alle questioni sociali. Il divieto alla sponsorizzazione del gioco d’azzardo è cosa sacrosanta, con cui il governo intende mandare chiari segnali al business che fa leva sulla ludopatia che prosciuga interi patrimoni e causa il declino di intere famiglie. L’altro punto cardine del decreto è quello della stretta agli incentivi statali rispetto a un fenomeno sempre più frequente, quello delle delocalizzazioni che produce, spesso, effetti indesiderati per il mantenimento delle occupazioni.  Le aziende che hanno ricevuto aiuti di Stato che delocalizzano le attività prima che siano trascorsi 5 anni dalla fine degli investimenti agevolati, infatti, subiranno sanzioni da 2 a 4 volte il beneficio ricevuto.  Il governo prevede di tutelare l’occupazione con aiuti di Stato che verranno revocati in tutto o in parte nel momento in cui verranno tagliati posti di lavoro nei successivi 5 anni.

Di Federico Autunno

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