Sfruttamento ambientale, crisi migratorie e disuguaglianze alle stelle: ecco l’era del turbocapitalismo mondializzato e schiavizzatore

Sono passati all’incirca 70 anni da quando l’Europa si ritrovava nella fogna di una guerra che aveva raggiunto proporzioni mondiali. Quella guerra era stata provocata dalla debolezza delle democrazie europee che aveva permesso in Italia, in Germania e in Spagna, l’instaurarsi di regimi totalitari e autoritari. Nell’Europa dell’est e in Asia, la situazione era più o meno la stessa. In Russia la rivoluzione d’ottobre mise fine alla grande tradizione monarchica degli zar e portò all’affermazione al potere, dopo un periodo di conflitti tra i partiti politici e di crescente disgregazione militare ed economica, del partito bolscevico e del governo rivoluzionario presieduto da Lenin.  In Cina, la democrazia non è mai esistita e il potere è da sempre nelle mani del partito comunista. Gli unici paesi a mantenere un efficace e stabile assetto democratico sono stati quelli maggiormente esposti all’influenza della cultura anglosassone.  L’Inghilterra, insieme ad altri paesi del Regno Unito, sotto il ferreo controllo della corona, non ha mai avuto modo di perdere la testa mantenendo, anche nei momenti più difficili, un chiaro assetto democratico. D’altra parte, gli Stati Uniti d’America, durante la loro giovane storia, non hanno mai conosciuto una forma di governo diversa da quella democratica. E proprio questa stabilità politica è alla base, forse, della grande influenza, che, oggi, i paesi di origine anglosassone esercitano sul resto del mondo. La stessa stabilità politica che, durante la prima e poi durante la seconda guerra mondiale, ha permesso loro di fare un figurone passando alla storia, giustamente, dalla parte del buono, come i salvatori di un’ Europa martoriata da sangue e autoritarismi imposti con la forza e accresciuti da un ampio consenso popolare. Il mondo anglosassone, però, porta con sè un modello economico, politico e sociale, altamente intriso di grande spirito capitalistico e profondamente liberale. Alla fine della 2^a guerra mondiale, il mondo è diviso in due grandi poli: a oriente viene imposto il sistema politico e sociale sovietico, con le grandi collettivizzazioni e la statalizzazione dei settori produttivi, l’occidente, invece, si ritrova sotto la forte influenza del modello anglosassone e soprattutto dell’America caratterizzato da un vivace spirito capitalistico. Gli emergenti Stati europei più occidentali che risorgono dalle macerie della guerra, prediligono per un modello economico – politico misto, con chiara tendenza al liberalismo. Con la Germania divisa in due zone di influenza rispettivamente occidentale e sovietica, l’Europa dell’est totalmente sotto il controllo dell’Urss e l’opposizione tra due visioni del mondo estremamente diverse, la Guerra Fredda è inevitabile ma ha un senso. Ha un senso perchè si tratta di una guerra ideologica in cui il vincitore, verosimilmente, avrebbe imposto al nemico sconfitto, la propria filosofia e i propri valori. Può sembrare retorico ma vi era in quello scontro fra giganti una certa nobiltà. Due grandi idee – la dittatura del proletariato e il capitalismo democratico- offrivano al mondo due strade diverse verso un futuro migliore. Non c’è stato un vero vincitore in quella guerra, fortunatamente, rimasta fredda. Si può dire che abbia prevalso  il sistema capitalistico  e che il comunismo si sia rivelato pienamente fallimentare. Nei primi anni 90 il mondo si ritrova ad assistere alla dissoluzione dell’Urss, un processo che portò alla disgregazione del tessuto economico – sociale e politico sovietico e alla proclamazione d’indipendenza delle repubbliche sovietiche. In seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica, la Russia ha conosciuto un breve periodo almeno apparentemente democratico, ma anche di profonda crisi istituzionale, politica ed economica. E proprio fra le macerie dell’economia di comando vi era una nuova casta che si stava facendo strada e che avrebbe dato alla Russia un’impronta capitalistica. Erano giovani brillanti, cresciuti nel Komsomol e probabilmente destinati, prima del crollo dell’Urss, a occupare posizioni di rilievo nella macchina dello Stato. Quando il governo Gajdar – Cubais decise di avviare la privatizzazione delle imprese di Stato non esitarono a farne incetta. In breve una decina di persone divenne proprietaria delle aziende che controllavano le principali risorse naturali del Paese. Per fare i loro acquisti, si erano indebitati con le banche ma tuttavia l’inflazione che, nei primi anni 90, si abbattè sulla Russia azzerò i loro debiti. Da allora gli oligarchi, oltre a divenire spregiudicati uomini d’affari, presero a influenzare le decisioni del governo, finchè con l’ascesa di Vladimir Putin la storia è cambiata. Putin ha riaffermato l’autonomia e il potere dello Stato proseguendo, al contempo, il processo di occidentalizzazione del Paese. La Russia di oggi è un Paese  orientato verso una progressiva occidentalizzazione, in cui il capitalismo ha preso il sopravvento. La concentrazione di enormi ricchezze nelle mani di pochi è alla base delle disuguaglianze eccezionali che affliggono la società . E’ emblematico come la Russia, un Paese anticapitalista per antonomasia, sia divenuto, nel giro di venti anni, un modello economico altamente contraddittorio con la propria storia. E’ passata dalla dittatura del proletariato alla dittatura del capitale. Un esempio analogo è quello della Cina, in cui il potere è esercitato dal solo partito comunista che appare brillantemente contraddittorio con i propri ideali. E’ evidente che il capitalismo ha prevalso in tutto e per tutto, e sono altrettanto evidenti i lati negativi che, negli ultimi anni, iniziano ad affiorare all’ombra del progresso. Il capitalismo ha dato vita al fenomeno della globalizzazione che oggi minaccia tutto e tutti. Gli Stati non fanno più gli Stati perchè sono impotenti di fronte all’inesorabile forza del potere turbocapitalistico di deriva mondialista. Il capitalismo minaccia culture e valori tradizionali dei diversi popoli. E’ alla base delle immigrazioni di massa talvolta incompatibili tra culture e storie diverse, di popoli diversi, che vengono imposte con il pretesto della solidarietà ed è la causa della destabilizzazione politica e dell’oppressione economica che ha generato l’esodo dei migranti. E’ artefice di un sistema economico iniquo che crea disuguaglianze eccezionalmente sproporzionate e che favorisce i più ricchi a discapito dei più poveri. Il capitalismo non tiene conto della classe medio – bassa e talvolta impedisce agli Stati di attuare politiche economiche orientate ad una più equa distribuzione delle risorse. E’ la causa dello spudorato sfruttamento ambientale che, non solo crea enormi danni all’ecosistema, ma spesso rischia di avere ripercussioni difficilmente rimediabili per il futuro del  nostro pianeta.

Di Federico Autunno

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