Politica e morale

Chi lo ha detto che la politica non può prescindere dalla morale? In parte lo affermava Berlinguer con le ben note frasi sulla “questione morale” che, tuttavia, non si riferivano ai tanti casi di disonestà e illegalità anche e soprattutto allora commessi nei partiti, nel mondo delle imprese e nella classe dirigente nel suo complesso. Quei casi ci sono sempre stati in Italia e in tutti i paesi del mondo. Sono reati deprecabili, accadono in tutte le epoche e in tutti i regimi, debbono essere denunciati e perseguiti. La “questione morale” di Berlinguer si riferiva a ben altro, lui la definiva precisamente come << l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti>>. I partiti, secondo Berlinguer,  compreso lo stesso Pci a livello locale, ma anche tutti gli altri a livello nazionale,  stavano deformando la democrazia italiana attraverso l’occupazione delle istituzioni, appunto, che invece dovrebbero essere depositarie dell’interesse generale dello Stato. I partiti svolgono tutt’altra funzione, chiedono il consenso dei cittadini sulla base della propria visione del bene comune, sono strumenti di comunicazione tra il popolo degli elettori e le istituzioni che rappresentano lo Stato e la comunità nel suo insieme. E’ proprio in questa dimensione va cercata la causa del populismo, secondo Berlinguer,  se i partiti occupano le istituzioni viene a mancare questo equilibrio che si è venuto a formare tra l’autonomia delle istituzioni e il fondamentale ruolo di mediazione che svolgono i partiti tra Stato e società, la democrazia viene deformata e il populismo invade lo Stato. Al di là della visione dello Stato e della concezione “berlingueriana” della “questione morale” come difesa delle istituzioni dalla partitocrazia che, talvolta anche inconsapevolmente, le invade, non è necessaria una grande attitudine intellettuale per intuire che la politica è, per sua natura, immorale. Eugenio Scalfari in un’intervista del novembre 2017 rilasciata al programma di Giovanni Floris, Dimartedì, rende bene l’idea spiegando che “la politica è una cosa diversa dalla morale. La politica non è un fatto morale ma è un fatto di governabilità”, Scalfari prosegue dicendo che “la politica è una cosa diversa dalla morale, l’ha detto Aristotele e prima ancora di Aristotele l’ha detto Platone”, “per Platone quelli che facevano la politica di una città, di un paese, erano i filosofi, che cosa poi i filosofi fossero moralmente era un problema che nè Platone nè Aristotele prendevano in considerazione”. “Aristotele fu insegnante della politica sapete di chi? Di Alessandro Magno. Il quale Alessandro Magno della morale se ne fotteva nel più totale dei modi”. Il concetto della morale talvolta incompatibile con le prerogative  cui deve attingere chi governa uno Stato, viene a lungo elaborato dal celebre scrittore fiorentino Niccolò Machiavelli nel suo Principe. Con la sua opera, Machiavelli intende fornire uno strumento che avrebbe potuto agevolare l’azione di un principe intendo ad impegnarsi nella costruzione di un forte Stato in Italia. L’autore propone al principe non delle virtù morali, ma quei mezzi che realmente possono consentirgli il mantenimento dello Stato, consigliandogli talvolta, quando ve ne è l’esigenza e la necessità, di trascurare la dimensione morale.   Machiavelli si rende conto di quanto sarebbe lodevole per un principe l’osservanza delle leggi morali, ma allo stesso tempo crede che nella realtà effettiva della politica l’essere talvolta sleali e crudeli ha consentito di compiere grandi cose. Tuttavia, tali comportamenti immorali non devono mai essere fini a se stessi o rispondere ad un interesse egoistico del principe, bensì devono mirare ad un fine più alto: il mantenimento dello Stato, il quale a sua volta, garantisce pace e benessere ai cittadini.  Dunque. la morale è sì necessaria per indirizzare l’azione politica verso il bene, ma è talvolta necessario, nelle situazioni che lo richiedono, sradicarsi dalla condizione di moralità al fine di perseguire il bene dello Stato.  Il filosofo tedesco naturalizzato statunitense Hans Jonas propone una visione diversa, più attuale, dell’uomo di Stato.  Secondo Jonas, la responsabilità dello statista nei confronti della Repubblica e dei suoi cittadini deve miscelare saggiamente l’interesse per il presente e la lungimiranza per il futuro, governando sempre con moderazione. <<Prescindendo dalla più scoperta ed egoistica tirannia, che a malapena rientra ancora nella sfera politica (se non in base al falso pretesto della cura del bene pubblico),  è proprio la responsabilità, legata al potere e dal potere resa possibile, a costituire il peso della competizione e a essere voluta in primo luogo dall’autentico homo politicus>>. Al politico spetta la garanzia della sicurezza e del benessere collettivo. Per Jonas, le scelte politiche, adesso, a differenza dei secoli precedenti, sono in grado di determinare, in virtù della tecnologia e delle strutture sociali ed economiche attuali, cambiamenti che agiscono non solo nell’immediato futuro ma investono le future generazioni ed in alcuni casi l’esistenza stessa del sistema sociale. Da qui, l’esigenza di introdurre un nuovo principio, la responsabilità verso le future generazioni. “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni”, avrebbe detto James Freeman Clarke.

Di Federico Autunno

Fonti: l’Espresso. La Repubblica. Pensierofilosofico.it

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