Siamo ormai agli sgoccioli: per uscire dallo stallo serve atto di buonsenso delle forze politiche in campo

Dopo sessantacinque giorni di stallo, trascorsi tra consultazioni, dichiarazioni,  smentite, incarichi esplorativi, negazionismi e logiche partitiche il paese non ha ancora un nuovo governo.  Intanto l’Italia si avvicina a un periodo molto delicato per il futuro economico dell’Ue. Tra varie scadenze da rispettare, rischio dell’aumento dell’Iva,  lavoro sul nuovo documento di economia e finanza (Def),  negoziato sul bilancio europeo, l’incognita dell’ingovernabilità rischia di diventare un serio problema per la tenuta economica del paese.  Il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan mette in guardia affermando che “il protrarsi dell’incertezza politica potrebbe frenare la ripartenza degli investimenti”. L’Europa, intanto, nonostante ciò, non sembra particolarmente preoccupata dall’andamento politico italiano come dichiara il portavoce della Commissione Europea rispondendo alla domanda se l’esecutivo fosse preoccupato del fatto che a giugno in Italia potrebbe non esserci un governo in carica con pieni poteri:  “Continuiamo ad avere fiducia nel presidente della Repubblica italiana e nelle istituzioni italiane e non ho nulla da aggiungere”. Ciò non diminuisce, tuttavia, l’urgenza e la necessità di avere un governo fresco, con pieni poteri che possa portare avanti le riforme di cui l’Italia ha bisogno per incrementare ulteriormente il marginale processo di crescita intrapreso in questi ultimi anni. Sul piano politico, però, non sembra esserci margine per un eventuale accordo di governo, ma piuttosto inizia a prendere quota l’ipotesi di tornare al voto in estate o in autunno. Dopo la netta chiusura del Pd renziano all’ipotesi di sottoscrivere un eventuale contratto di governo con il M5s, gli scenari ancora aperti restano essenzialmente due: la possibilità di un accordo tra Lega e M5s rimane ancora molto difficile sempre per il solito motivo legato alla figura di Silvio Berlusconi ma non del tutto chiusa, l’unica alternativa rimane quella del voto anticipato che vista la situazione sembra anche la più probabile. L’ipotesi di un governo neutrale avanzata dal presidente della Repubblica è stata praticamente bocciata sia dalla Lega che dal M5s che hanno espresso preferenza per il ritorno al voto, ma non dispiace affatto ai cosiddetti partiti tradizionali (Pd e Forza Italia) che in questo modo eviterebbero il rischio di un governo tra le due forze politiche di fatto vincitrici delle ultime elezioni e scongiurerebbero l’imminente ritorno al voto. Probabilmente se i cosiddetti partiti tradizionali avessero i numeri per formare una maggioranza e dar vita a un governo anche neutrale, la situazione di stallo al quale assistiamo  risulterebbe già superata e oggi avremmo un governo già operativo. Ma la situazione ad oggi risulta assai più complicata, ci ritroviamo immersi nella bolgia populista alimentata, sostenuta e voluta dai partiti tradizionali con veti, posizioni negazioniste e interessi politici che sta bloccando il paese da più di due mesi.  Il complicato scacchiere politico attuale ha, dunque, bisogno di una mossa di coraggio che vada oltre le logiche partitiche e metta al centro l’interesse nazionale, è arrivato il momento che i partiti si assumano le proprie responsabilità facendo anche un passo indietro se necessario e forniscano una maggioranza di governo che possa far fronte alle varie esigenze e problematiche del paese. Il ritorno al voto rappresenta più un ripiegamento che una soluzione costruttiva per uscire dalla crisi, tra l’altro assai rischioso perchè senza una maggioranza certa i partiti sarebbero comunque costretti a cercare accordi con le altre forze politiche e di conseguenza ci ritroveremmo nella stessa situazione attuale. Dunque, finchè i partiti continueranno a porre veti, a fare i vari teatrini e a non assumersi le responsabilità anche la più estrema delle soluzioni, cioè il ritorno al voto, potrebbe rivelarsi inutile. E’ necessario che i partiti compiano un atto di buon senso, magari con un occhio alla Germania dove l’accordo per il governo tra la CDU e l’SPD è stato raggiunto dopo sei mesi di intense trattative.

Di Federico Autunno

 

 

 

 

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